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Convivere con ciò che non si può controllare
Lo SciacuddHi e la geografia di miti e leggende che attraversano i confini.
Nel Salento, prima che la psicologia o la fretta della modernità dessero un nome a ogni esperienza, lo sconcerto davanti all’inspiegabile aveva determinate fattezze e un nome preciso: lo Sciacuddhi.
Lontano dall’essere un personaggio favolesco, questa creatura rappresentava una presenza concreta con cui condividere lo spazio domestico, capace di ricordare all’uomo il limite del proprio controllo sulla quotidianità.
Chi dice di averlo incrociato con lo sguardo descrive un’apparizione goffa, un corpo piccolo e peloso che si muoveva svelto, spesso a piedi nudi e nell’ombra. Secondo il filologo Gerhard Rohlfs, il nome stesso suggerisce già questa natura, deriverebbe dal greco antico skiaúlon (piccolo spettro) o anche skiá (ombra), con una sovrapposizione del termine latino augurium (presagio). La sua presenza si manifestava soprattutto di notte nei momenti in cui il silenzio dominava le stanze buie delle case contadine, tra le vecchie mura d’inverno oppure nei pomeriggi estivi quando la controra svuotava le strade.
Chi ha abitato quelle ore, o chi ha avuto la mia stessa fortuna di ascoltarne il racconto dalla voce diretta dei nonni e delle nonne, conosce la sensazione di un mutamento improvviso nell’aria, un’inquietudine.
Un rumore secco su una finestra o sulla terrazza, il respiro che si fa opprimente sul petto durante il sonno, il groviglio tra i crini dei cavalli nella stalla e tutto ciò che di inspiegabile succedeva in queste quotidianità ormai lontanissime, veniva associato alla presenza dello Sciacuddhi.
Eppure, allargando lo sguardo oltre la penisola salentina, si scopre che questa credenza non si esaurisce lungo le coste mediterranee, ma si muove lungo l’Appennino e risale l’Europa.
Lo Sciacuddhi (come il Monachicchio lucano, il Mazzamauriello campano o le varianti pugliesi del Laurieddhu o Munaceddhu) dialoga a distanza con una fitta rete di figure molto simili appartenenti ad altre culture, in una geografia di fatto priva di dogane. La stessa abitudine di infastidire gli animali nelle stalle accomuna il folletto salentino agli Esprit Follet francesi e alle scorribande dei puck anglosassoni. Allo stesso modo, il vizio di confondere i viandanti o alterare il latte nei secchi lega i racconti del Sud a quelli dei Kobold germanici o del Salvanel alpino, mentre l’immagine del Leprecauno irlandese o dei Brownie scozzesi, custodi gelosi di monete sotterranee, risuona identica nelle storie dei nostri nonni.
Queste somiglianze testimoniano come comunità rurali lontanissime nello spazio abbiano risposto alle medesime suggestioni quotidiane, usando quasi gli stessi simboli per esorcizzare avvenimenti incomprensibili, ma anche paure e angosce.
Ci si poteva allora svegliare nel cuore della notte con un peso sul petto, le coperte tirate via, un soffio freddo sulle caviglie o trovare all’alba i setacci della farina ribaltati. Nelle stalle, al mattino si potevano trovare i cavalli agitati, col fiato corto, e i crini della criniera intrecciati in nodi così stretti che l’unico modo per scioglierli era tagliarli. Lo Sciacuddhi rubava oggetti, turbava il sonno, eppure si faceva custode di segreti domestici o rivelatore di ricchezze nascoste, le cosiddette acchiature, ovvero tesori in monete celati nel tufo o tra le pietre delle masserie, che la tradizione collegava spesso alla vecchia abitudine contadina di nascondere denaro nelle pignate di legumi, sigillate e dimenticate nei muri di casa.
Nelle storie tramandate, che narrano di incontri improvvisi, stratagemmi per non essere vessati e baratti di ogni sorta, pare che riuscire ad afferrare il suo berretto significasse poterlo ricattare, costringendolo a confessare appunto un’acchiatura. E quando lo Sciacuddhi chiedeva se si preferissero cocci o denaro, la regola non scritta era rispondere sempre l’opposto di ciò che si desiderava davvero perché, dispettoso com’era, esaudiva i desideri al contrario.
Non c’è alcuna certezza in questi racconti, spesso confusi e diversi da paese a paese, ma l’aspetto trasversale a tutti è che in questa negoziazione quotidiana la cultura contadina non cercava di eliminare il disturbo: stringeva con esso un patto fatto di tolleranza e astuzia.
Forse la vera forza di questa figura, ciò che continua a resistere sotto la superficie di una modernità che pretende di spiegare ogni cosa, sta proprio nella sua natura inafferrabile. In un’epoca in cui ogni dubbio trova una risposta immediata nello spazio di uno schermo, conservare il ricordo di un’ombra che ieri teneva svegli i contadini e che oggi invochiamo scherzosamente quando non troviamo le chiavi della macchina, significa fare spazio all’inatteso. L’ostinazione a credere che, dietro l’iper leggibilità del presente, si nasconda ancora qualcosa capace di sfuggire al nostro controllo, è come un piccolo atto di resistenza culturale.
Ilaria Antonica - © Riproduzione riservata
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