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L’amore ci rende simili

Su Arkansas di Chiara Tagliaferri, e su cosa resta quando il mondo prova a distruggere tutto.

In un mondo che conosce le bombe vere, quelle che radono al suolo le case e, con le case, le vite che le abitavano, chiedersi cosa sia davvero “a prova di bomba” rischia di suonare indecente. Eppure è proprio dove la distruzione è più concreta che la domanda diventa urgente. E la risposta più radicale non è un bunker, non è una corazza. È una culla.

C’è una famiglia che, per otto mesi, ha camminato in punta di piedi. Cancellando le proprie tracce, controllando su Google cosa risultasse di sé, imparando a stare zitta. Non perché avesse commesso un crimine, ma perché la legge che nell’ottobre 2024 ha reso la GPA (gestazione per altri) un “reato universale” aveva reso perseguibile il modo in cui la loro figlia era venuta al mondo, perfino dove quel percorso è perfettamente legale. La bambina si chiama Lula. È nata in Arkansas. E dopo otto mesi di silenzio Chiara Tagliaferri ha scelto di parlare, di raccontarla in un libro che porta il nome di quello Stato: Arkansas. Perché, anche grazie a Michela Murgia, ha imparato a non stare zitta, e perché il personale, lo sa bene, è sempre politico.

Considero Chiara una delle migliori scrittrici italiane, dove dentro la parola “scrittrici” metto anche gli autori di genere maschile. E a memoria non credo di aver mai letto un libro così bello sulla maternità: intimo, sincero, aperto. Un atto d’amore. “Noi tre siamo il presente”, scrive a un certo punto, e quel tre (lei, il marito Nicola Lagioia, Lula) pesa come un’intera dichiarazione di principi.

Ho amato Arkansas perché è un libro sulla cura. Sulla convinzione disarmante e ostinata che, per sconfiggere il male, basti avere accanto le persone che ci vogliono bene. Tra le sue pagine ci sono Michela Murgia, Alessandro, l’amore per Nicola (Lagioia), la tigna di Francesca, che alle elementari aveva fondato, con il mio amico Claudio, l’Associazione Studio Dinosauri. “Un anno prima di Jurassic Park”, tiene a precisare Claudio in un messaggio.
C’è Daisy, la donna che ha portato in grembo Lula, e la donatrice che l’ha resa possibile. La famiglia, qui, non è un perimetro da difendere: è un’alleanza di persone che decidono di esserci.

Arkansas non è soltanto un libro sulla gestazione per altri, ma una posizione la prende, e chiara. Mentre la politica la liquida come una barbarie e la dottrina la condanna come un mercimonio, il libro tiene lo sguardo dove conta: sulla prima volta in cui Chiara stringe Lula tra le braccia e sente di essere da sempre sua madre, decisa a prendersene cura ogni giorno a venire.
È la stessa direzione presa nel 2025 dal Tribunale di Pesaro: “Il minore deve essere tutelato al di là delle modalità con cui è venuto al mondo”. Una frase che sposta l’asse dal come al che cosa: non da quale strada arriva un figlio, ma che sia amato, custodito, voluto.

È questo, credo, l’unico vero “a prova di bomba”. Non l’invulnerabilità, non l’ostinazione cieca: la cura. “Mia figlia mi somiglia perché l’amore ci rende simili”, scrive ancora Chiara. Non ci somigliamo perché condividiamo il sangue: ci somigliamo perché ci scegliamo.

E in un’epoca che alla prima difficoltà insegna a mollare, scegliere un per sempre resta il gesto più sovversivo a nostra disposizione. Le bombe continuano a distruggere, la tentazione di giudicare divide. Ma non tutto si lascia distruggere. Resiste chi continua a trovare un modo per amare, per prendersi cura, per accogliere.

Resiste chi prende una posizione ma non la impone a tutti i costi, chi è consapevole che una bambina venuta al mondo può non avere il nostro sangue, ma contenere nel suo corpo il nostro amore. Chi non chiede di cambiare idea, ma propone una possibilità.

@ilcarriero

Cristiano Carriero - © Riproduzione riservata

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