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Le fondamenta non fanno rumore

In un mondo in cui strumenti e competenze diventano obsoleti sempre più in fretta, il vero vantaggio competitivo resta sorprendentemente umano.

C’è una cartella, sul mio computer, piena di strumenti che non esistono più. Lavoro con l’intelligenza artificiale: aiuto aziende e team a capire cosa farne, davvero, oltre le promesse. E lavorare con l’AI ti insegna, a volte con estrema durezza, che nulla resiste nel tempo. Questo contesto ha una caratteristica comune a pochi altri: ogni settimana qualcosa viene raso al suolo. Un nuovo modello rende obsoleto quello su cui avevi costruito e lavorato sino al giorno prima.
Uno strumento che sembrava indispensabile a marzo viene superato, abbandonato e dimenticato a giugno. Aziende nate diciotto mesi fa, valutate miliardi, vengono cancellate da un annuncio di dieci righe.

La domanda di questo numero — cosa resiste davvero? — io me la faccio ogni giorno. Perché vivo in un settore che ti porta in alto oggi per farti cadere rovinosamente domani, quasi progettato per non far resistere niente.

Qualche tempo fa mi sono accorto di una cosa strana. Tutti abbiamo una lista di “cose da guardare dopo”: articoli, libri, strumenti messi da parte per quando ci sarà tempo. È un’abitudine che funziona da sempre: un articolo di dieci anni fa può ancora insegnarti qualcosa, un libro aspetta sullo scaffale che arrivi un weekend di relax per essere letto. Tutto questo, quando hai a che fare con l’AI, non funziona più.
Uno strumento salvato tre settimane fa, quando finalmente ci torni, è già cambiato, assorbito da qualcos’altro, o morto. Un articolo che spiega il modo migliore per usare l’AI in un certo ambito, è già superato da decine di nuovi articoli in pochi giorni.

La lista di “cose da guardare dopo” non cresce: si auto-distrugge. La fatica più grande è stare al passo, sapere cosa oggi, ma solo oggi, ha senso imparare, sapendo che domani forse sarà già obsoleta.

Il vero punto è che non vale solo per gli strumenti. Vale soprattutto per le competenze. Due anni fa una certa abilità nel dialogare con l’AI (il prompt engineering) veniva presentata come “la professione del futuro”. Oggi è il piano terra: il requisito minimo, quello che si dà per scontato. Senza, non entri.
Non è una novità in sé: chi sapeva usare i fogli di calcolo nei primi anni Duemila sembrava un mago, dieci anni dopo era la normalità. La novità è la velocità: da competenza che ti distingue a prerequisito in uno, massimo due anni.
In un contesto così, la domanda “cosa resiste?” smette di essere filosofica.

Diventa una questione concreta: dove ha senso investire tempo e fatica, se tutto ciò che impari sembra avere una data di scadenza? Quando entro in un’azienda o in uno studio che vuole “adottare l’AI”, la prima cosa che guardo non è la tecnologia del loro prodotto o servizio, è lo stato delle fondamenta. I processi sono chiari o vivono nella testa di una o due persone? I dati sono organizzati e tenuti in ordine? Chi controlla il lavoro sa spiegare perché una cosa è giusta o sbagliata?

Perché la verità scomoda è questa: l’intelligenza artificiale non salva un’azienda disordinata. L’intelligenza artificiale accelera il disordine, produce solo disordine più velocemente. È qui che il contesto si fa ancora più pericoloso. Quando arriva la consapevolezza che qualcosa non va, che si potrebbe fare meglio, è in quel preciso momento che l’imprenditore fa trading: qualità vs velocità.
Il mercato spinge forte, arrivano i concorrenti, allora l’AI sembra l’unico modo per mettere ordine al caos velocemente.

Fioccano i “Non abbiamo tempo”, “Dobbiamo aggiustare le cose in corsa” e subito vengono in mente innumerevoli vignette su carri con ruote quadrate che non vengono sostituite da quelle tonde, accette diventate inutili che non vengono affilate, tutto perché non ci si può fermare dallo spingere il carro anche se ha le ruote quadrate, non ci si può fermare ad affilare la lama anche se ormai servono decine e decine di colpi per abbattere un albero. Gli strumenti di oggi sono accomodanti: colmano i buchi, compensano le imprecisioni, faticano al posto tuo.

Fino a poco tempo fa, per automatizzare un processo dovevi prima disegnarlo — passaggio per passaggio, decidendo tu cosa entrava e cosa usciva. Era faticoso si, ma necessario. Esternalizzare un concetto ti obbliga ad organizzarlo, strutturarlo mentalmente. Ed è esattamente il momento in cui capisci come funziona davvero un processo, dove ci sono le opportunità per migliorarlo, snellirlo. Oggi quella fatica si può saltare: chiedi e l’AI arriva a un risultato. Spesso buono, la forma è elegante, i contenuti in ordine. Il rischio non è quando fallisce in modo evidente. Cosa succede quando ti mostra qualcosa di convincente ma sbagliato e in azienda nessuno ha più le competenze per accorgersene?

C’è una seconda tentazione, più costosa della prima, specchio forse del tempo che viviamo. Se “assumiamo” l’AI facendogli fare tutto il lavoro scomodo, ripetitivo e ordinario, non abbiamo bisogno di assumere giovani che facciano gavetta.
Ci basta qualche figura Senior che possa controllare il lavoro svolto dall’AI e si risparmia anche sui costi. Il ragionamento, nel breve periodo, regge.
Ma significa dimenticare di costruire le fondamenta. Il luminare che scegliamo per l’intervento difficile non è nato luminare: è stato prima studente, poi tirocinante, assistente. Ha studiato, ha osservato, ha sbagliato su problemi veri, dentro un sistema che reggeva l’errore, accanto a qualcuno più esperto che sapeva trasferire la conoscenza, che poi sul campo è diventata competenza. È così che si costruisce il giudizio - l’unica competenza che non scade, perché non abita in nessuno strumento. Senior non si nasce. Si diventa.

Se eliminiamo il percorso di crescita delle nuove generazioni, quello faticoso che forma il pensiero critico, fra qualche anno avremo macchine velocissime e nessuno in grado di dire se hanno fatto la cosa giusta.
Per questo, forse, la cosa che resiste davvero non è una competenza specifica.
Non è saper usare questo o quello strumento. Non è nemmeno “sapere l’AI”, perché anche quel sapere cambia forma continuamente.
Resiste una predisposizione: la capacità di imparare senza affezionarsi troppo a ciò che si è appena imparato. La disciplina di mettere ordine prima di accelerare.
Resiste la curiosità di chi smonta le cose per capirle, non solo per usarle. Resiste il giudizio di chi non delega il pensiero solo perché ha trovato un esecutore più veloce.

E allora la domanda di questo numero, portata dentro le nostre giornate di lavoro, diventa meno tecnologica e più umana: se domani sparisse lo strumento su cui ti appoggi, resterebbe qualcuno capace di capire, scegliere, correggere, ricostruire?
Le fondamenta non fanno rumore. Ma sono l’unica cosa che ti permette di reggere tutto il resto. A prova di bomba, in questo contesto, non deve evocare un’esplosione, qualcosa che viene proiettato e spinto verso l’esterno.

Quel risultato sarà un’implosione, il fatto che perdiamo via via la struttura interna che regge e sorregge tutto. Qualcuno ha detto che riusciamo a vedere più lontano perché siamo seduti sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduto. Il nostro compito è continuare a nutrire ed educare i prossimi giganti.

Andrea Lazari - © Riproduzione riservata

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