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Dalla terra del rimorso ai palchi della piazza

La storia in evoluzione del tarantismo salentino e della Chiesa di San Paolo a Galatina.

Nell’estate del 1959, Ernesto de Martino e la sua équipe attraversavano il Salento con la fretta di chi sa di documentare un mondo agli sgoccioli. Cercavano le tracce di una sofferenza che si esprimeva attraverso i corpi delle donne: il tarantismo, quel malessere antico che la tradizione attribuiva al morso della taranta.

Eppure, la prima grande verità con cui gli studiosi dovettero fare i conti riguardava proprio la biologia del ragno perché la scienza ha poi ampiamente dimostrato che il morso della Lycosa tarantula è doloroso ma innocuo e che si tratta di un ragno prettamente notturno. Nelle vene di quelle donne dunque non scorreva un vero veleno, ma una tossicità tutta sociale, il morso era il sintomo di un profondo disagio, di traumi rimossi e del peso soffocante di una quotidianità patriarcale che non concedeva tregua alla fatica. In quel contesto, diventare “tarantata” si rivelava paradossalmente l’unica via di fuga concessa: l’unico modo socialmente accettato per gridare il proprio malessere, prendersi una pausa dalla sottomissione, per alcune esprimersi attraverso atteggiamenti seduttivi che venivano legittimati e quindi ricevere la cura e l’attenzione della comunità, incondizionatamente.

Per dare una forma a quel dolore, la comunità attivava una terapia domestica, elementare ma efficacissima. Nelle stanze svuotate dai mobili, i musicisti, spesso barbieri e contadini, cercavano con tamburelli e violini la frequenza esatta della crisi, finché la donna non iniziava a ballare fino allo sfinimento. Quando la cura tra le mura di casa non bastava, ci si metteva in viaggio, ognuno come poteva, per giungere a Galatina, alla Cappella di San Paolo per bere l’acqua del relativo pozzo considerata miracolosa. E qui chi ha visto anche solo in parte il documentario di Ernesto De Martino avrà in mente una voce precisa, quella di Salvatore Quasimodo e delle immagini indelebili di strade polverose e carri in marcia.

Dal punto di vista cronologico, la cappella nacque quando già era consolidato il rito legato all’acqua miracolosa e fu costruita su richiesta dei coniugi Tondi-Vignola, proprietari del palazzo, i quali ottennero nel 1793 l’autorizzazione dall’Arcivescovo di Otranto a costruire una cappella dedicata al culto di San Paolo Apostolo che fosse a uso pubblico, oltre che privato, proprio per la presenza di numerosi pellegrini.

Ma perché proprio San Paolo? La tradizione cristiana lo ha sempre identificato come il protettore dai morsi degli animali velenosi, patrono di rettili e aracnidi, una devozione che a Galatina affonda le radici nel territorio della leggenda. Si narrava infatti che il Santo fosse passato da lì durante il suo viaggio verso Roma (un transito mai attestato ufficialmente dalle cronache storiche) e che avesse benedetto l’acqua di quel pozzo, donando il potere di guarire a chiunque lo possedesse. Si dice che sul finire del Seicento, le proprietarie fossero le sorelle Farina, note come sanpaolare: donne che la memoria popolare descrive come le ultime custodi di quella facoltà ereditaria. La leggenda vuole che le sorelle, non avendo avuto figli a cui tramandare il dono, decisero di sputare nel pozzo prima di morire, compiendo un ultimo atto magico affinché l’acqua continuasse a essere curativa per sempre.

Questa fusione indissolubile tra la sacralità del protettore e la ritualità legata all’acqua del pozzo trova il suo manifesto visivo proprio sopra l’altare della chiesetta, nella settecentesca tela attribuita a Francesco Saverio Lillo. Il dipinto opera come un perfetto raccordo simbolico: mentre la figura imponente di San Paolo domina la scena, in basso a sinistra la pittura si fa quasi cronaca, mostrando un uomo tormentato dal veleno che viene sorretto da due donne, una delle quali gli porge l’acqua da un secchio, riproducendo per sempre, sulla tela, il gesto esatto della cura comunitaria.

Al di là del mito la realtà di quel luogo si scontrava con dinamiche di controllo e gestione molto terrene. La posizione della Chiesa verso il pozzo di San Paolo rimase sempre profondamente ambigua: se da una parte cercò di influenzare e assorbire il fenomeno, dall’altra i sacerdoti della Chiesa Madre tolleravano a fatica le scene che si consumavano ogni 29 giugno. Erano i fotogrammi di un’isteria collettiva che il lavoro di De Martino ci avrebbe poi restituito molti anni dopo, mettendone in evidenza forzature e contraddizioni.
Il clero cercò così di ostacolare il rito vietando l’ingresso dei musicisti nella cappella, convinto che togliendo il ritmo dei tamburelli la danza si sarebbe spenta; le donne, tuttavia, entravano in crisi ugualmente, guidate dal silenzio e dal calore soffocante del luogo. A esasperare il conflitto c’erano poi questioni igieniche e morali.

Si racconta che l’atto conclusivo della cura prevedeva infatti che le tarantate bevessero l’acqua del pozzo fino a rimetterla sul pavimento o nello stesso pozzo, un gesto interpretato come l’espulsione fisica del veleno e del demonio, ma giudicato indecoroso dal clero. Queste ritualità si avvicinarono alla loro fine in una coincidenza temporale molto particolare: nell’estate del 1959, proprio mentre Ernesto de Martino documentava il fenomeno per la sua ricerca, le autorità religiose e sanitarie iniziarono a intervenire con maggiore fermezza, forse proprio per la presenza dell’equipe scientifica.
L’acqua fu dichiarata non potabile e il pozzo venne sigillato, privando le tarantate dello storico punto di riferimento e accelerando la fine del fenomeno, di cui però si hanno testimonianze fino ai primi anni 80. Nonostante il tarantismo nella sua forma tradizionale si sia spento proprio in quegli anni, complice anche il progressivo miglioramento delle condizioni di vita e l’abbandono graduale dei lavori in campagna, i decenni successivi hanno assistito a una sua straordinaria metamorfosi.

Oggi la chiesetta di Galatina è aperta, accoglie visitatori e curiosi e persino quel pozzo sigillato custodisce un piccolo segno di vita. Al suo interno, protetto dalle grate, è stato posizionato un frammento di luminaria salentina, una luce sempre accesa. È il segno di un’energia sommersa che ha trovato una nuova via di espressione sui grandi palchi dei festival estivi.

La pizzica, un tempo farmaco sonoro, si è trasformata in un potente gancio culturale e turistico di massa, capace di muovere migliaia di persone. In questa transizione, la danza ha inevitabilmente tramutato i linguaggi e i significati iniziali legati alla sofferenza, la maggior parte di chi oggi si ritrova a ballare nelle piazze salentine consuma un’esperienza di pura festa, spesso senza neanche conoscere quell’antica agonia. Eppure, questa evoluzione si potrebbe leggere come l’ultimo capitolo di un’ostinata strategia di sopravvivenza. Ieri come oggi, seppur con codici distanti anni luce, questa terra continua a proporre lo stesso modello ancestrale: l’idea che per superare una crisi, o anche solo per celebrare la vita, sia necessario ritrovarsi insieme all’interno del cerchio, affidando il proprio corpo al ritmo condiviso di una comunità.

Ilaria Antonica - © Riproduzione riservata

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