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Il momento in cui siamo chiamati a scegliere

Stefania Rocca, nelle vesti di regista, ha dato vita a un’opera corale, “L’ora di tutti”, in cui la ricerca della libertà è il filo che tiene insieme le individualità e mette in evidenza l’importanza di riconoscere nell’altro un essere umano. In una lunga chiacchierata ha attraversato tutti i punti focali del film riportandoli alla realtà.

“L’ora di tutti” racconta un momento in cui una comunità viene messa di fronte alla sua prova più estrema. Oggi viviamo tempi molto diversi, ma non meno inquieti. Cosa ti ha fatto pensare questa storia rispetto al presente?

L’ora di tutti è l’ora della verità, l’attimo in cui ciascuno è chiamato a scegliere e, scegliendo, definisce sé stesso. Il film, ispirato dall’omonimo libro di Maria Corti, racconta del sacco di Otranto, occupazione turca della città avvenuta nel 1480.
La vicenda è ambientata in un tempo metafisico e diventa archetipo di ogni guerra combattuta dalla gente a difesa delle proprie case, dei propri valori e soprattutto della libertà. Idrusa, (interpretata da Alice Pagani), personaggio principale di un film corale, è il simbolo della ricerca della libertà, anche quando questa comporta scelte estreme. In alcune parti del racconto rivive il mito salentino della taranta: la puntura di quel ragno che si diceva facesse perdere la ragione alle donne è, in realtà, ancora oggi espressione di liberazione.

Oggi riconosciamo molto bene l’invasione quando la subiamo e molto meno quando siamo noi, come individui o come società, a occupare lo spazio e la libertà altrui.Non accade solo con le guerre: accade ogni volta che qualcuno decide come un altro debba vivere, amare, vestirsi, credere o essere.

Nel nostro numero ci chiediamo cosa sia davvero ’a prova di bomba’. Dopo aver attraversato questa storia come regista, cosa pensi che riesca davvero a resistere quando tutto viene messo in discussione?

Le città cadono, le ideologie cambiano, il potere assume continuamente forme diverse, perfino le certezze che sembravano assolute finiscono per sgretolarsi. Quello che può attraversare il tempo è la dignità, la coscienza, la capacità di non rinunciare alla propria umanità. La capacità di riconoscere nell’altro un essere umano anche quando tutto invita a considerarlo un nemico.

Nel film, la paura è una presenza costante. Secondo te, cosa distingue chi si lascia paralizzare dalla paura da chi riesce ad attraversarla?

Nel film la paura è una costante, inevitabile. La guerra è la forma più estrema della paura, ma tutti conosciamo cosa significa sentirsi destabilizzati. Quando perdiamo un punto di riferimento, una persona, un lavoro, una certezza, la paura entra nella nostra vita. Quello che cambia è il rapporto che ognuno costruisce con la paura, il modo in cui decidiamo di conviverci.
Ho capito che la paura non è l’opposto del coraggio. L’ora di tutti racconta proprio questo: non persone senza paura, ma persone che, nel momento decisivo, hanno paura sopra ogni cosa di rinunciare alla propria libertà.

L’ora di tutti è anche il racconto di una comunità. Oggi siamo abituati a pensare in termini molto individuali. C’è qualcosa che abbiamo perso lungo la strada?

Credo che L’ora di tutti risponda a una delle domande più antiche dell’umanità: come può una comunità rimanere unita senza invadere la libertà dell’individuo?
Otranto è una comunità forte. È un luogo in cui tutti si conoscono, condividono gli stessi valori, la stessa fede, gli stessi codici. Ed è proprio questa coesione, quel senso di appartenenza, che le permette di resistere all’assedio. Ma la forza di una comunità porta con sé anche un rischio. Quando i codici diventano più importanti delle persone, la comunità può iniziare a vedere la diversità come una minaccia. È quello che accade a Idrusa.
La sua libertà, il suo modo di amare e di vivere, mettono in discussione un equilibrio consolidato. Forse una comunità è davvero forte non quando riesce a rendere tutti uguali, quella si chiama omologazione, ma quando è abbastanza sicura di sé da lasciare spazio alle differenze. Perché il codice più importante non dovrebbe mai essere l’obbedienza, ma il rispetto della libertà dell’altro.

Nel film, le donne vivono la storia sulla propria pelle. Guardando il mondo di oggi, pensi che il corpo femminile continui a essere uno dei primi luoghi in cui si esercitano il potere e la violenza?

Sì, perché il corpo delle donne non è mai stato soltanto un corpo. È sempre stato anche un territorio politico. Ogni volta che una società vuole affermare un ordine, spesso comincia decidendo cosa una donna può fare del proprio corpo, della propria sessualità, della propria maternità.
E spesso il potere lo ha fatto attribuendo quella volontà a qualcosa di più grande di sé: la religione, la tradizione, la morale, l’onore. Cambiano le epoche e gli strumenti, ma il meccanismo è sorprendentemente resistente.

Le guerre cambiano forma, ma continuano a esistere. Cosa ti colpisce di più, osservando il modo in cui il potere agisce oggi, rispetto a quanto racconta il film?

Mi spaventa che riesca a orientare i desideri, le paure e le opinioni. È un potere molto più invisibile. Chi possiede più risorse può comprare armi, eserciti, alleanze e perfino il consenso. È una dinamica antica quanto la storia. Per questo è ancora più importante sviluppare uno spirito critico.

In un’epoca dominata dalla velocità e dall’intrattenimento immediato, credi che il cinema possa ancora essere uno strumento capace di far riflettere davvero?

I social mi fanno passare il tempo. Un film, ogni tanto, me lo fa perdere! E forse è proprio per questo che vale la pena guardarlo. Mi aiuta a fermarmi, a osservare, ad ascoltare e riflettere, senza dover esprimere subito un’opinione, mi dà il tempo necessario per costruire un pensiero. Il cinema può raccontare diverse storie, decidere quali vite vale la pena raccontare, dando voce anche a chi resta ai margini o, in generale, non viene ascoltato. E poi quello che mi piace del cinema è che forse è una delle poche arti collettive rimaste.

Dirigere un film significa prendere decisioni ogni giorno. C’è qualcosa che hai imparato negli anni e che oggi consideri ‘a prova di bomba’ nel tuo lavoro?

Non mi spaventa prendere decisioni, né trovare la giusta flessibilità per cambiare ciònche avevi pensato e trovare soluzioni autentiche. È lì che nasce la creatività. Non si finisce mai di imparare. Forse per questo amo questo lavoro. È una continua sfida. Quello che considero davvero “a prova di bomba” è l’ascolto: delle persone con cui lavori, ma anche di quella voce interiore che ti ricorda perché stai raccontando proprio quella storia.

Nella tua esperienza personale, qual è stata la prova più importante che ti ha insegnato qualcosa sulla capacità di resistere?

Credo che una delle prove più difficili oggi sia concedersi il diritto di sbagliare.
Ogni tentativo sembra dover essere immediatamente un successo; se non lo è, viene percepito come un fallimento. Eppure, l’arte, come la vita e la conoscenza, progredisce proprio grazie alla possibilità di sbagliare e di correggersi. Se eliminiamo l’errore, eliminiamo anche la possibilità di imparare. Dovremmo ritrovare il coraggio di attraversare l’errore, perché è lì che nasce la ricerca, e senza ricerca non esiste creazione.

Nel manifesto di questo numero scriviamo che forse il gesto più radicale oggi è continuare a costruire. Tu cosa continui a costruire, nonostante tutto?

Costruire relazioni, amicizie e rapporti sinceri in cui il valore non dipende dalle prestazioni. Avere fiducia. Fiducia nelle persone, nelle storie, nella possibilità di cambiare idea. Viviamo in un tempo in cui è molto facile distruggere: un giudizio, una relazione, una reputazione. Costruire, invece, richiede tempo, ascolto e pazienza.

Se dovessi indicare una cosa che oggi ti dà fiducia per il futuro, quale sarebbe?

La nuova generazione. Ogni generazione viene giudicata secondo le categorie della precedente. I giovani di oggi non sono meno profondi: vivono semplicemente in un mondo infinitamente più veloce. Hanno una straordinaria capacità di adattarsi, una sensibilità molto forte verso temi come l’inclusione, la salute mentale e i diritti e purtroppo crescono sotto una pressione continua, in cui ogni scelta sembra dover essere mostrata, condivisa e giudicata. Ma nonostante questo riescono ancora a costruire un pensiero proprio. C’è una frase di Antonio Gramsci che mi torna spesso in mente: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza”.

Alla fine di questo viaggio dentro L’ora di tutti, cosa pensi sia davvero ‘a prova di bomba’?

Forse davvero “a prova di bomba” è il titolo stesso: L’ora di tutti. È un titolo bellissimo perché ognuno può entrarci da un punto di vista diverso. Qual è l’ora di tutti? A che ora ci sentiamo invasi? Quella in cui veniamo riconosciuti? Quella in cui siamo vicini alla morte, o forse alla rinascita? L’ora in cui scopriamo che non esistono solo nemici, ma anche uomini come noi? O semplicemente l’ora in cui siamo chiamati a scegliere? Per me non è solo un film sul martirio, ma sulle persone. Alla fine, forse, ciò che resiste è la memoria: la voce degli esseri umani, le storie delle persone comuni. Sono loro a permetterci di attraversare il tempo.

@stefaniarock
 

Raffaella Calso - © Riproduzione riservata

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