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Il racconto come giustizia

Intervista a Pablo Trincia

La voce di Pablo Trincia ha senza dubbio contribuito a ridefinire i contorni dell’attenzione nel panorama mediatico italiano. Nel racconto dei media nel nostro Paese il lancio di Veleno nel 2017 ha rappresentato un momento di forte rivoluzione: in un periodo in cui il podcast cominciava appena a muovere i suoi primi passi strutturati, quell’inchiesta creata da Trincia insieme ad Alessia Rafanelli ha dimostrato le potenzialità della serialità narrativa nativa in Italia, intercettando un pubblico vasto e trasversale.

Prima che opere successive come Il Dito di Dio o Dove nessuno guarda consolidassero questa tendenza, il giornalismo d’inchiesta si affidava prevalentemente ai tempi e agli spazi della pagina stampata o del reportage televisivo tradizionale. Il lavoro di Trincia, inserendosi in un percorso di svecchiamento del linguaggio audio intrapreso anche da altri autori, ha offerto un modello efficace di narrazione immersiva.

Fondendo il metodo del reportage sul campo (fatto di interviste dirette, suoni ambientali e materiali d’archivio) con una particolare attenzione al sound design, ha mostrato come la musica e i silenzi possano integrarsi attivamente nella sceneggiatura.
Il successo di queste produzioni ha stimolato l’intero settore editoriale e le piattaforme di streaming a investire con maggiore convinzione sui formati audio originali, sdoganando un ascolto più attento, intimo e focalizzato sulla profondità delle storie. Il suo approccio si concentra sul delicato scavo nelle geografie del trauma e della memoria, muovendosi con sensibilità all’interno di esistenze segnate da vicende drammatiche o da complessi percorsi giudiziari. Una ricerca umana che tenta di rintracciare, anche sotto il peso delle esperienze più dolorose, i fili di una dignità che resiste.

Il nostro dialogo con lui nasce dall’esigenza di interrogare il nucleo profondo del nostro macro-tema, “A prova di bomba”, come indagine sulla tenuta delle fondamenta umane. Chi frequenta quotidianamente i crolli esistenziali e le macerie delle storie sa bene che cercare ciò che resta quando tutto intorno crolla è spesso un’urgenza. Ne scaturisce una riflessione densa e a tratti intima, in cui l’atto di raccontare smette di essere un semplice resoconto per farsi spazio terapeutico, memoria collettiva e, soprattutto, una potente, inattesa forma di giustizia.
Gli abbiamo rivolto 3 domande.

Nelle tue inchieste hai scavato spesso tra i traumi e le macerie di esistenze stravolte.
Eppure, il tuo racconto non si ferma mai al dolore, cerca sempre la dignità, la forza e la luce delle cose anche nei dettagli più piccoli. Rispetto al nostro tema, ti chiedo: nelle storie che hai incrociato, che cosa rimane davvero “a prova di bomba” secondo te nell’essere umano?

Pablo Trincia: Ti direi, su due piedi, la capacità delle persone di sopravvivere emotivamente a qualsiasi tipo di trauma. Esiste una forza viscerale che permette di restare in piedi rispetto alle perdite e agli eventi più drammatici. Accanto a questa forza, c’è la ricerca profonda, attraverso il racconto, di essere viste. Le persone vogliono disperatamente essere viste.
Per anni, trattando storie di malagiustizia o contesti in cui lo Stato ha fallito, ho creduto che il mio lavoro avesse come obiettivo quello di cambiare il corso delle cose.
Ma col tempo mi sono reso conto che non sono i fatti a cambiare; il racconto difficilmente impatta sull’ingiustizia in sé o modifica il passato. Quello che cambia, invece, sono le persone.
Il racconto diventa così una forma di giustizia superiore: se le persone si sentono riconosciute e viste nel loro dramma, e sentono che altri le ascoltano e comprendono ciò che hanno provato, la narrazione restituisce loro qualcosa di prezioso. Nessun racconto ti restituirà mai una sorella o un familiare che hai perso, né ti ridarà ciò che ti è stato tolto quando hai vissuto quella particolare esperienza. Però il fatto di essere compresi, sapere che c’è qualcuno che viene smosso dal tuo vissuto, allevia quel dolore. Sentirsi visti ha un effetto terapeutico: non ripaga la perdita, ma attenua il senso di tristezza, smarrimento e solitudine che le tragedie si lasciano dietro.

La seconda domanda riguarda proprio il valore del racconto. Nel nostro editoriale scriviamo che viviamo in un’epoca spesso distratta e indifferente a ciò che accade. Eppure, con i tuoi podcast e le tue inchieste, tu riesci a fare una cosa difficilissima: costringi le persone a fermarsi, ad ascoltare e a immedesimarsi. Come si costruisce una narrazione che sia “a prova di bomba” contro il cinismo e l’indifferenza di oggi? Qual è il segreto per superare il muro della distrazione delle persone?

Pablo Trincia: Qualsiasi storia tu racconti deve essere fin da subito coinvolgente e accattivante: questo è un principio universale. Chi sceglie di ascoltare una storia, di guardarla o di aprire un libro, vuole essere proiettato in un’altra dimensione. Desidera sapere cosa significhi trovarsi nei panni di quella persona o in quel contesto, viverne la vita; cerca astrazione, ma anche un’esperienza parallela. L’immedesimazione è fondamentale, e devi catturare l’attenzione immediatamente.
Io lo chiamo “effetto Jumanji”, come il famoso gioco in cui vieni improvvisamente risucchiato dentro. Questo effetto deve scattare immediatamente. La persona deve ritrovarsi altrove a livello sensoriale: devi farla entrare nella scena sul piano visivo, uditivo, olfattivo e, ovviamente, emotivo. Se accendi tutti questi canali e porti il pubblico dentro, a quel punto puoi guidarlo all’interno di un’architettura narrativa costruita in maniera chirurgica.
Tutto deve essere strutturato alla perfezione per far appassionare il pubblico ai protagonisti, creando con loro una connessione emotiva. Come lo si fa? Cercando in ogni frammento biografico la storia universale. Se parli con una madre che ha perso una figlia, devi essere in grado di raccontare quel dolore trovando l’archetipo universale in cui chiunque possa immedesimarsi. Significa saper leggere le persone e umanizzarle il più possibile, al di là delle facili semplificazioni tra buoni e cattivi. Se ti racconto di un ragazzo che è diventato un serial killer, non lo descrivo per giustificarlo o per cercare compassione, ma per renderlo intellegibile: racconto che era un giovane che cercava disperatamente l’approvazione di un padre che non lo vedeva e che soffriva per quel rifiuto. In questo modo lo inserisco in un contesto umano e tocco corde che tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo provato sulla nostra pelle.
Per questo la mia domanda preferita, che è larga, educata e pulita, è sempre: «Come stavi quel giorno?». Le emozioni universali alla fine sono poche: l’ansia, la tristezza, la gioia, la speranza, la paura. Se trovi quegli elementi crei la connessione; altrimenti i personaggi restano freddi e distanti, si muovono in un mondo ma non ti ci appassioni e non te ne innamori. Umanizzare significa proprio rendere intellegibile l’altro.

L’ultima domanda è più intima e riguarda proprio te. Per fare il tuo lavoro, per andare così a fondo nel buio di certe storie e portarle alla luce, serve una tenacia incredibile. C’è il rischio costante del burnout, lo sforzo di metabolizzare il dolore a cui si assiste e della gestione a lungo termine di quelle “radiazioni emotive” di cui parli nel tuo libro, “Come nascono le storie”. Rispetto a questo, ti chiedo: quali sono le tue fondamenta? Cosa tiene saldo te stesso e protegge la tua bussola etica? Insomma, cosa c’è di “a prova di bomba” in Pablo Trincia?

Pablo Trincia: La passione e il sincero interesse per quello che faccio. Molte persone mi dicono che vorrebbero fare il mio lavoro, ma poche si chiedono davvero se desiderano fare la mia vita. C’è una grande distinzione. Io amo profondamente le storie che racconto: mi interessano, mi appassionano e mi incuriosiscono a prescindere, ed è per questo che mi piace entrarci dentro. Oggi molte persone non sono curiose, hanno uno sguardo non allenato, danno tutto per scontato e non fanno domande perché manca un vero interesse nei confronti degli altri. A me, invece, interessa chiunque, anche chi apparentemente vive l’esistenza più semplice o meno avventurosa.
Facciamo un esempio: se fossi a cena con un astronomo e la cassiera di un supermercato, molti parlerebbero quasi solo con l’astronomo. Io passerei la serata a fare domande alla cassiera. Perché lei ha una prospettiva sul mondo che l’astronomo non ha. Una cassiera osserva centinaia di persone ogni giorno: sa leggere i movimenti, gli stati d’animo, la fretta, le ossessioni. Guarda la spesa e ne intuisce lo status sociale o i piccoli guilty pleasures; analizza il linguaggio del corpo e capisce se è mattina e le persone sono tranquille, o se sono le sei del pomeriggio e tornano stressate dal lavoro. Intercetta le dinamiche di coppia, i legami tra madri e figli, le relazioni umane.
Ha un allenamento pazzesco, anche se magari non ci fa caso.
A me interessa esattamente quella prospettiva lì: mi interessano le storie di tutti, sempre.
Ed è proprio questo che mi salva: la curiosità è una fonte inesauribile. È la mia vera bussola, l’unica forza capace di guidarmi anche dentro le vicende più tragiche, difficili e radioattive, perché al loro interno ci sono sempre storie di esseri umani. Ed è questa consapevolezza che mi tiene saldamente attaccato al lavoro che faccio.

@pablotrincia

Ilaria Antonica - © Riproduzione riservata

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