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La medaglia più grande

Vénuste Niyongabo: la memoria della guerra, il dono di un'Olimpiade e il valore del bene comune.

Nel 1996, ad Atlanta, Vénuste Niyongabo ha conquistato il primo oro olimpico per il Burundi nei 5000 metri, mentre il suo Paese era dilaniato dalla guerra civile. Una vittoria arrivata dopo un gesto di puro altruismo: cedere la propria specialità, i 1500 metri, a un amico e mentore. Oggi Vénuste vive a Bologna ma, attraverso la sua Fondazione, continua a correre per la sua terra portando acqua, sanità e istruzione. Lo abbiamo incontrato per capire cosa significhi essere “a prova di bomba”.
Vénuste, nel nuovo numero di Kamala riflettiamo sull’espressione “A prova di bomba”. Per molti è solo un modo di dire, ma per lei, che è cresciuto in Burundi e ha vinto l’oro nel ‘96 mentre il suo Paese attraversava una guerra civile, le bombe erano reali. Cosa significa per un atleta correre e vincere quando intorno il proprio mondo rischia di saltare in aria?

In Burundi la guerra è iniziata nel 1972, l’anno prima che nascessi. Sono cresciuto dentro un conflitto alimentato da divisioni etniche in cui non ho mai creduto. Ricordo che a sette anni, per andare a scuola, camminavo ore tra boschi e fiumi, esposto a costanti pericoli. In quel contesto difficile, però, i ragazzi più grandi si assumevano la responsabilità dei più piccoli: questa solidarietà faceva emergere un senso profondo di umanità anche dentro la guerra civile.
La povertà era estrema e lo Stato non garantiva l’istruzione. Io superai una selezione rigidissima che mi permise di studiare in collegio: la scuola mi ha salvato dai pericoli della strada, dove molti coetanei si sono persi. Quando nel 1996 sono salito sul podio ad Atlanta avevo ventitré anni. Lontano da casa, ascoltando l’inno, ho rivisto la mia infanzia e ho capito che al mio posto poteva esserci una delle tante giovani vite spezzate dal conflitto. Quell’oro è diventato un obbligo morale: il dovere di impegnarsi per cambiare le cose. Oggi il mio campo di gara è la vita delle persone.

Come si riesce a isolare la mente dal rumore della distruzione per concentrarsi sul millesimo di secondo di una pista d’atletica? Lo ha vissuto come un atto di egoismo necessario o come una forma estrema di resistenza?

Un pizzico di egoismo è inevitabile quando si fanno scelte radicali per il proprio futuro. Con il tempo, però, quel distacco si è trasformato in un beneficio collettivo, perché i traguardi raggiunti sono diventati uno strumento di condivisione. Lo sport è stato la mia scuola di vita, insegnandomi il rispetto delle regole e il sacrificio. Al villaggio olimpico atleti di ogni cultura convivevano in assoluta armonia; di fronte a quella serenità viene naturale chiedersi perché nella vita comune sia così difficile. Il mio obiettivo attuale è replicare quel modello di convivenza all’interno della società.

Prima di vincere l’oro nei 5000 metri, lei ha fatto un gesto straordinario: ha ceduto il suo posto nei 1500 — che erano la sua specialità — al suo connazionale Dieudonné Kwizera, che altrimenti non avrebbe potuto gareggiare. In un mondo dominato dal successo personale a tutti i costi, quel “cedere il passo” è una scelta forte. Da dove nascevano quelle fondamenta etiche che l’hanno spinta ad anteporre il sogno di un amico al suo?

Quel gesto si riassume in una parola: generosità. Non avevo certezze di vincere sui 5000 metri, ma avevo un debito profondo verso Dieudonné. Quando arrivai in Italia, giovanissimo e solo, fu lui a guidarmi nella scelta di correre a Siena, permettendomi di diventare un professionista. Senza i suoi consigli sarei rimasto in Burundi a lavorare la terra; cedergli il posto era il mio modo di ringraziarlo.
Durante la preparazione ad Atlanta, la sua carriera era alla fine e la mia al massimo. Sapevo che per ragioni politiche non era mai riuscito a partecipare a un’Olimpiade, così ho deciso di ritirarmi dai 1500 per cedergli il pass. Il destino ha premiato quella scelta del cuore: lui ha coronato il suo sogno e io, subito dopo, ho vinto l’oro nei 5000. Quel trionfo ha dato un significato umano immenso a tutta la mia esperienza.

Molti atleti, dopo un oro olimpico e la grande fama, si lasciano travolgere o faticano a ritrovare una dimensione normale. Lei vive in Italia, a Bologna, da molti anni: ha una vita concreta, un lavoro, ed è lontano dal grande business dello sport. Come si fa a rimanere “a prova di bomba” di fronte alle lusinghe del successo? Qual è la sua ancora di stabilità?

La mia ancora è rimanere con i piedi per terra e ricordare da dove sono partito. Chi raggiunge il successo non deve nascondere le proprie origini umili, altrimenti toglie un esempio prezioso ai ragazzi che oggi si trovano nella stessa situazione di partenza. Abbiamo la responsabilità di essere modelli positivi. Chi gode di salute o possibilità economiche tende a dare tutto per scontato, dimenticando che sono doni ricevuti gratuitamente dalla vita. Questo ci impone di condividere ciò che abbiamo con chi è stato meno fortunato, lottando per un mondo più equo.

Veniamo al presente. Attraverso la sua Fondazione lei continua a correre, ma per portare acqua, sanità e istruzione in Burundi. Lì dove c’è stata distruzione, ha scelto di costruire. Qual è la sfida più grande nel fare cooperazione oggi, in contesti che rimangono così difficili?

Come molti atleti famosi, all’inizio venivo invitato ovunque come testimonial. A un certo punto, però, ho sentito il limite di quel ruolo che rischiava di rimanere passivo. Dopo quindici anni passati a promuovere l’inclusione sociale, mi sono chiesto: se le grandi organizzazioni europee chiudessero, quale eredità rimarrebbe sul territorio? Ho capito che bisognava andare oltre la rappresentanza e costruire qualcosa di permanente legato alla sanità e all’istruzione, dando vita a una realtà locale capace di dialogare direttamente con le comunità e le istituzioni.
Fare cooperazione in contesti complessi è una sfida enorme. Attualmente sosteniamo una maternità con settanta letti in un distretto da 250 nascite al mese, ma la struttura fa i conti con una grave crisi idrica ed elettrica. L’acqua e la corrente mancano spesso a causa dell’instabilità delle infrastrutture pubbliche, e i razionamenti a intermittenza rendono difficilissimo garantire costantemente i minimi standard igienici o far funzionare i macchinari. Ora stiamo promuovendo una raccolta fondi mirata a risolvere questa emergenza. So bene che la mia Fondazione non può fare miracoli da sola, ma sono convinto che creando una rete solidale tra le persone si possa cambiare concretamente la vita della gente.

Se lei dovesse guardare un bambino del Burundi oggi, o un giovane che cerca di costruire il proprio futuro in un territorio difficile, quale messaggio di perseveranza si sentirebbe di dare? Cosa rende una persona, o un progetto, davvero indistruttibile?

L’elemento cardine per qualsiasi successo risiede nell’autostima, la fondamenta invisibile su cui edificare ogni progetto.
A questa base vanno unite la determinazione, l’impegno costante e una rigida disciplina. Ai giovani d’oggi, e in particolare a quelli che affrontano contesti difficili in Burundi, rivolgo un invito preciso: non permettete mai a nessuno di stabilire i confini delle vostre capacità. Ognuno di noi possiede il potenziale per realizzare qualcosa di significativo, occorre solo difendere la fiducia nei propri mezzi.

CORRI INSIEME A VÉNUSTE

La Fondazione Vénuste Niyongabo lavora in Burundi per garantire un'istruzione di qualità ai bambini vulnerabili, promuovere la salute per tutti e sostenere lo sviluppo umano attraverso lo sport e la formazione professionale. Il tuo aiuto può fare la differenza.

@fondationvenusteniyongabo

Foundation Venuste Niyongabo
 

Aurora Chiriacò - © Riproduzione riservata

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