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La mia gente è lì
Da trent'anni Suor Laura Girotto costruisce scuole, ospedali e opportunità nel Tigray. Oggi, mentre nuove ombre di guerra si addensano sull'Etiopia, lei ha ottantadue anni ed è pronta a tornare ad Adwa.
La prima notte ad Adwa, Suor Laura Girotto l’ha passata in una tenda militare.
Era arrivata nel nord dell’Etiopia con qualche dollaro che lì non valeva niente e l’incarico di capire quale fosse il modo migliore per aiutare una popolazione appena uscita da venticinque anni di conflitti.
Le hanno montato una tenda blu e dato una manciata di sale, bene di scambio su cui si fonda tutto il commercio etiope, per poi lasciarla in mezzo al nulla. Solo montagne e una povertà così profonda da sembrare irreale persino a chi, come lei, aveva già vissuto esperienze missionarie in Egitto, Siria, Libano e Kenya. Il mattino dopo un gruppo di bambini la aspettava incuriosito fuori dalla tenda. Suor Laura ha arrotolato un asciugamano per farne una palla e i bambini hanno cominciato a giocare.
Forse è iniziata lì… non la missione, non la sua vocazione, ma la costruzione di tutto ciò che oggi esiste ad Adwa: una scuola nata per i figli delle donne più povere, un ospedale costruito dopo aver visto morire troppi bambini per malattie facilmente curabili, centinaia di ragazze sottratte a un destino già scritto. Oggi Suor Laura ha ottantadue anni, un incidente la costringe temporaneamente in Italia ma, appena le condizioni fisiche glielo permetteranno tornerà ad Adwa, anche se all’orizzonte si addensano nuovamente nubi di guerra.
Perché esistono persone che dedicano la propria vita a costruire e altre che dedicano la propria vita a distruggere. E forse il senso di questa storia è tutto qui: capire quale delle due forze, alla fine, sia davvero invincibile.
Quando hai capito che la tua strada sarebbe stata quella missionaria?
«Per rispondere devo tornare alla mia infanzia. Frequentavo l’oratorio fin da bambina e, credimi, ero terribile. Ammiro ancora oggi le suore che sono riuscite a sopravvivermi. Però mi colpivano la pazienza e l’affetto con cui mi seguivano nonostante tutto. Da ragazza amavo la moda. Ho studiato come modellista figurinista e a diciassette anni ho persino vinto un concorso importante a Torino. Mi si era aperta davanti una strada molto chiara: un lavoro stabile, una carriera, forse anche una famiglia. Poi è arrivato il momento di scegliere.
Non è che quando hai una vocazione ti arriva un WhatsApp e sai subito cosa devi fare. A volte devi semplicemente decidere se andare a destra o a sinistra. Io ho scelto il convento. Ho lasciato il lavoro, il fidanzato dell’epoca e, contro il parere della mia famiglia, sono entrata tra le salesiane.»
Dopo gli anni di formazione e le prime esperienze missionarie in Egitto, Siria, Libano e Kenya, nel 1994 arriva la destinazione che cambierà la tua vita: Adwa, nel nord dell’Etiopia. Che cosa hai visto il primo giorno lì?
«Sono arrivata su un aereo che pareva un aquilone. Siamo atterrati in mezzo a un prato dove pascolavano asini e cammelli e un povero carabiniere in bicicletta cercava di farli spostare con un fischietto. Mi avevano detto che sarei stata ospite di un’altra congregazione, ma quando sono arrivata ho scoperto che si trovava a centoventi chilometri di distanza e non c’era una strada per raggiungerla.
Così mi hanno montato una tenda militare sul terreno dove sarebbe sorta la missione e lì ho passato i successivi tre mesi.
Il giorno dopo mi sono svegliata, ho guardato quelle montagne e ho pensato: qui non c’è niente. E mi sono sentita veramente persa. Il secondo giorno mi sono trovata davanti alla tenda un gruppo di bambini.
Erano lì, in silenzio. Io non parlavo la loro lingua e loro non parlavano la mia.
A un certo punto uno di loro mi ha preso per mano. Avevo un solo asciugamano. L’ho arrotolato fino a farne una palla e gliel’ho lanciato. Hanno cominciato a giocare. È stato il nostro primo dialogo.
Da quei bambini nasce il primo nucleo della missione. Poco dopo arrivano anche le donne del villaggio. Un giorno una ragazza in travaglio si presenta davanti alla tenda chiedendo il mio aiuto. La assisto durante il parto, sotto gli occhi attenti delle donne del villaggio accorse ad assistere. È l’inizio di un rapporto che durerà decenni.»
Perché hai scelto di partire proprio dalle donne?
«Sulle spalle delle donne poggia un pochino la stabilità del mondo. Sono loro che portano avanti la vita. Quando arrivano le crisi, quando arrivano le guerre e gli uomini partono, sono loro che restano a tenere insieme tutto. Per questo credo che promuovere la donna, darle dignità, istruzione e possibilità di lavorare sia una delle chiavi principali per una società che si possa definire civile.»
In un’intervista hai detto che ad Adwa una donna può valere meno dell’asino di casa. È ancora così?
«Purtroppo in molti contesti sì. Una donna viene rispettata soprattutto se diventa madre. Ma noi non siamo fattrici. Siamo persone. Ci sono ancora matrimoni imposti. Ragazze a cui viene detto: domani ti sposi. Con chi? Non importa, ti sposi e basta. Il nostro lavoro è aiutare le donne a capire che hanno diritti, che possono studiare, lavorare, scegliere. Non per essere superiori agli uomini, ma per essere riconosciute come loro pari.»
Perché la scuola è stata il vostro primo investimento?
«Perché l’educazione è la chiave maestra per uscire dalla povertà e dalla dipendenza. Abbiamo iniziato alfabetizzando le mamme. Molte non avevano mai visto una matita o un foglio di carta. Insieme all’alfabetizzazione insegnavamo igiene, sanità, gestione della famiglia e cura dei bambini. Poi ci siamo poste una domanda semplice: se le mamme vengono a scuola, i loro figli dove stanno? Così sono nati il nido, la scuola materna e le prime classi.»
C’è un’immagine che ti è rimasta nel cuore di quegli anni?
«Le mamme che preparavano le aule. Imparavano a usare un rubinetto, un bagno, un banco di scuola. E si dicevano tra loro: “Chissà quali figli di persone importanti verranno a studiare qui”. Quando abbiamo aperto le porte e hanno visto entrare i loro bambini non riuscivano a crederci.»
A un certo punto arriva anche l’ospedale. Perché?
«Perché ci morivano troppi bambini. Malattie che nei nostri Paesi si curano con una visita ambulatoriale lì diventavano una condanna a morte. Dopo i primi anni abbiamo fatto una statistica e ci siamo accorte che avevamo perso il tredici per cento dei nostri bambini. Era una cosa che non potevamo accettare. Così è nato prima un centro sanitario e poi l’ospedale.»
Nel 2020 tutto si ferma. La guerra del Tigray travolge la regione. Che cosa significa vivere una guerra?
«Significa vedere i più poveri pagare il prezzo più alto. Non esistono vincitori nelle guerre. Qualcuno si arricchisce, ma la società intera perde.
Le scuole sono diventate rifugi per sfollati. I fondi destinati alla costruzione dell’ospedale li abbiamo utilizzati per salvare vite umane. La nostra speranza oggi è che un nuovo conflitto non scoppi. Facciamo pregare i bambini ogni giorno per la pace. Senza pace non c’è futuro.»
Tu potresti restare in Italia. Perché vuoi tornare?
«Perché quella è casa mia. Adesso sono qui per curarmi dopo un incidente, ma appena sarà possibile tornerò ad Adwa. La mia gente è lì.»
L’ultima domanda è la stessa che dà il titolo a questo numero di Kamala: che cosa è davvero “a prova di bomba”?
«La bontà delle persone. Noi italiani ci critichiamo molto, ma abbiamo un cuore enorme. Quando chiedo aiuto per chi soffre, raramente mi sento rispondere di no. E poi c’è una cosa che ho imparato in tutti questi anni: il bene vince sempre.
La vita vince sempre.»
Per sostenere Suor Laura Girotto, dona il tuo 5x100 alla missione Kidane Mehret di Adwa in Etiopia
CF: 90005940383
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Elena Amante - © Riproduzione riservata
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