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L’illusione dell’invulnerabilità

Ci impongono di essere "a prova di bomba" in un mondo che glorifica la performance emotiva. Ma dietro l'obiettivo di una macchina fotografica, tra i corridoi di un ospedale in Africa, si scopre che l'unica vera resistenza è l'accettazione della nostra comune umanità.

Ci insegnano che dobbiamo essere a “Prova di bomba”. La società contemporanea non ci chiede semplicemente di vivere o di attraversare le nostre esistenze; ci impone di performare, di resistere, di incassare i colpi senza mostrare crepe. Ci convinciamo, un giorno dopo l’altro, di essere d’acciaio.

Lo facciamo per autodifesa, perché il mondo intorno a noi sembra non avere né il tempo né lo spazio per accogliere le nostre fragilità. Se ti fermi, se mostri un cedimento, hai perso. Ma la verità, quella che ci ostiniamo a nascondere sotto corazze sempre più pesanti, è che non siamo a prova di bomba. E, forse, la vera rivoluzione sta nel capire che non dovremmo nemmeno provare a esserlo.

Lo specchio e lo scudo
Sperimento questa costante frizione ogni volta che mi trovo a fotografare il dolore. Quando sono in Africa, immersa in contesti di tragica e disarmante durezza, sollevo la macchina fotografica e compio un gesto che è insieme professionale e profondamente umano: cerco un rifugio. Quel piccolo specchio dentro l’obiettivo diventa una barriera visiva ed emotiva tra me e il mondo.
Dietro quel mirino, protetta, sono libera. Lì dietro posso far scendere le lacrime senza essere giudicata. Ma è un privilegio che dura il tempo di uno scatto: quando abbasso la macchina e incrocio di nuovo lo sguardo del mio soggetto, sento il dovere di sorridere. Devo mostrarmi integra, forte, solida per chi ho di fronte.

È in quei momenti che il concetto di “resistenza” si ribalta. Penso ai profughi, ai bambini di quattro anni che pesano appena sette chili e alle incubatrici di Adwa. Penso a quelle madri che escono dall’ospedale con i loro piccoli ormai immobili, avvolti in un lenzuolo.
Le vedo salire su un Bajaji, tra la polvere, per riportarli a casa e seppellirli.

Loro, in quella dignità immensa e straziante, sono a prova di bomba. Io no. Io torno a casa, tengo tutto dentro, accumulo detriti emotivi nell’illusione che la forza di carattere basti a proteggermi. Ho un carattere forte, sono abituata a spingere l’acceleratore quando sto bene.
Ma non si può essere forti quando le cose crollano. È umano cedere. È giusto così, anche se ogni stimolo esterno ci educa a pensare il contrario.

Il manifesto della reciprocità
Se esiste qualcosa che merita davvero la definizione di “a prova di bomba”, allora non è l’assenza di dolore, ma la consapevolezza di essere umani. È il rispetto profondo che dobbiamo a noi stessi quando tocchiamo il fondo; la libertà che dobbiamo regalarci di non essere sempre all’altezza; il tempo – fatto di silenzi e di sorrisi autentici – che ci dobbiamo concedere.

Non possiamo dimenticarci di noi stessi nell’impeto di voler salvare gli altri o di testimoniare i drammi del mondo. Solo se impariamo ad abitare le nostre crepe possiamo metterci a disposizione della comunità, predicare una pace che non sia solo retorica e diventare spalle capaci di sorreggere chi attraversa un momento di difficoltà. Dobbiamo però ricordarci che anche chi sorregge noi, quando siamo noi a vacillare, ha le sue stesse identiche debolezze. Non esistono salvatori immacolati o supereroi della resilienza.

Siamo tutti fatti della stessa argilla.
L’unica cosa che resiste davvero a ogni esplosione, l’unica dinamica autenticamente a prova di bomba, è la reciprocità. Riconoscersi fragili insieme, accettare l’aiuto e offrirlo a nostra volta, sapendo che la nostra forza non risiede nella durezza del diamante, ma nella capacità tutta umana di piegarci senza spezzarci.

@carolinapaltrinieri
 

Carolina Paltrinieri - © Riproduzione riservata

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