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Quella strana abitudine di farci a pezzi

Breve storia di una guerra combattuta davanti allo specchio.

C. ha 38 anni, un lavoro che rende meno di quanto la banca riscuote mensilmente per il mutuo, il marito pendolare, due figli piccoli, difficoltà a star dietro alla scuola di danza che chiede 80 euro per il saggio e al gruppo mamme che chiede 50 per il regalo alla maestra, proprio lo stesso giorno in cui arriva il promemoria per fissare la visita dal dentista pediatrico: altre 70 euro. Tanta ansia, poco sonno, molto equilibrismo quotidiano tra il pensiero che la vita sia un miracolo meraviglioso e la sensazione che, visto il costo netto di questo miracolo, il cielo poteva avvisare prima.

C. ha appena acquistato un corso per dimagrire e tonificare il corpo da un personal trainer online per la modica cifra di 400 euro.

“Lo so che è na cazzata, ma mi vedo uno schifo e mi sento peggio” mi scrive. “Se ti fa sentire meglio non è mai una cazzata” rispondo.

Ci credo davvero, non è che non voglio infierire. Per me C. sta benissimo, vede ogni giorno sulla bilancia un numero che io personalmente non vedo dalle medie. Mi fa sorridere che io pagherei per essere come lei e lei paga perché qualcuno promette che la aiuterà a vedersi diversa, nonostante l’evidente difficoltà a trovarli, sti soldi, mentre mantiene in piedi la baracca. Però conosco benissimo quella sensazione di sentirsi addosso, come un macigno, il peso di uno sguardo: il proprio.

È un cazzo di loop che mi fa andare in bestia ma che accetto come una condanna di genere che non si può cambiare. Sto fatto che una delle attività preferite dalle donne, subito dopo respirare e sentirsi in colpa per qualcosa, è scovare continuamente punti fisici da correggere, da ritenere personalmente inaccettabili.

È una skill che si impara presto, a occhio e croce subito dopo il controllo degli sfinteri che ci libera dal pannolino e ci permette per la prima volta di vedere come ci vestono davvero i jeans. Da lì è un’escalation di complessi. Finché non arrivi a superare il picco della parabola della vita e cominci a percorrere la lunga discesa. Ti rendi conto di averla imboccata nel momento in cui riguardi una foto di qualche anno prima e pensi: “E io quand’è che sono stata così figa?” Passiamo metà della vita a detestare una versione di noi che diventerà il nostro standard di bellezza dieci anni dopo.

E la sensazione peggiore è proprio pensare “Cazzo, io ero così e non me la sono goduta perché non riuscivo a vederlo”. È un po’ un frutto del diavolo mangiato da piccole che ci ha donato l’abilità di sentirci sempre e comunque inadeguate nel nostro corpo. Non dico che è una cosa contro cui dovremmo combattere,e nemmeno escludo che esistano questi esseri vicini al mitologico che si piacciono così come sono, non si cambierebbero di un millimetro o che, ancora meglio,
hanno interiorizzato perfettamente la teoria del “fregancazzo”. Non dico che dovremmo smettere di truccarci, vestirci bene, andare dall’estetista o comprare quella crema che promette miracoli e poi, nella migliore delle ipotesi, profuma di cocco.

Non dico nemmeno che sia un problema prettamente femminile perché sicuramente ci sono in giro tanti uomini che conoscono bene la sensazione che descrivo, seppur mi permetto di pensare che, a livello statistico, per una questione culturale finiscono per essere molto meno della controparte femminile.
Semplicemente sarebbe bello partire sempre dal presupposto che il nostro corpo è fatto per viverci dentro e non per essere mostrato e che comunque, anche a mostrarlo, probabilmente risulterebbe a chiunque molto più piacevole di quanto non sembri a noi.

Sì, lo so, secoli passati a schivare giudizi, aspettative, standard estetici, mode, bilance e camerini con luci che violano apertamente la Convenzione di Ginevra e poi arrivo io a sfoderare una perla di demagogia dicendo che siamo tutte belle e “a prova di bomba”.

Non è così: le bombe ci raggiungono eccome, però dobbiamo essere sempre più brave a raccogliere i pezzi dopo ogni esplosione e ricostruirci intere ogni volta, senza lasciar indietro nemmeno un frammento. Che poi, se ci pensi, è una forma di resistenza ancor più interessante del “fregancazzo”.

Elena Amante - © Riproduzione riservata

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