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Rose di Sarajevo
Infertilità, adozione e diritto alla verità: Elena Goretti racconta come una ferita possa trasformarsi senza smettere di essere parte della storia.
Le bombe che esplodono nelle nostre vite sono molteplici, arrivano quando meno te lo aspetti, fanno un rumore tremendo e poi crolla tutto. A te tocca ricostruire.
Nella vita di tante coppie, la bomba che esplode si chiama infertilità. Il rumore che fa è quello di aspettative tradite, di corpi che si sentono sbagliati, di sogni che vanno in qualche modo rinegoziati ma che, alle volte, aprono mondi diversi che si scoprono ugualmente pieni, alternative che si rivelano esattamente la strada a cui si era destinati.
Elena Goretti, giornalista e madre adottiva di due bambine, da anni prova a spostare il racconto della genitorialità su percorsi meno battuti, sulla possibilità di costruire famiglie diverse attraverso percorsi diversi, l’adozione e il diritto dei figli a conoscere sempre la propria storia.
La sua esperienza personale è diventata nel tempo una forma di divulgazione che attraversa articoli, incontri e TEDx, dando voce a temi che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico. Con lei abbiamo parlato di adozione, infertilità, gestazione per altri, identità e di quel “gesto di adozione” che rende davvero genitori.
Spesso si parla di modi diversi di diventare genitori, ma esistono anche molti modi di diventare figli. Quanto è importante, secondo te, che un figlio conosca la propria storia fin dall’inizio, anche quando risulta difficile da raccontare?
«Nessuna storia è troppo difficile da raccontare, specie se riguarda qualcuno che non siamo noi. Un bambino ha il diritto di conoscere le informazioni riguardano il tratto della vita che non può ricordare, e noi genitori abbiamo il dovere di fornirgliele. Quello che conta è la verità. Le parole possono cambiare con l’età e con la capacità di comprensione del bambino, ma la storia deve restare sempre la stessa. Non bisogna omettere, né mentire. Il racconto deve arrivare da genitori sereni, capaci di trasmettere che quella storia, per quanto complessa, è una storia di diritti, di libertà e di amore. Con le mie figlie, per esempio, non ho mai parlato di “madre biologica” e “madre adottiva, o “madre della pancia” e “madre del cuore”. Ho sempre parlato di una donna, di una ragazza che ha dato loro la vita, un dono immenso, ma che non è diventata madre. Questa distinzione mi ha aiutata a non creare sovrapposizioni e a restituire loro una storia chiara e vera.
Questo diritto alla verità dovrebbe riguardare tutti i figli, non solo quelli adottivi. Oggi, per esempio, chi nasce da fecondazione eterologa non viene obbligatoriamente informato dai genitori sulla propria verità genetica. Io credo invece che ogni persona abbia diritto a conoscere la propria identità, che sia adottiva, genetica o di origine. Scoprire a trent’anni che una parte fondamentale della propria storia è stata taciuta può essere molto doloroso.»
Nel dibattito sulla gestazione per altri viene spesso evocata l’adozione come un’alternativa per chiunque abbia il desiderio di diventare genitore. Tu però sostieni che siano due percorsi profondamente diversi.
«L’adozione non è per tutti. Non è la risposta all’infertilità di una coppia. L’adozione risponde al diritto di un bambino ad avere una famiglia. Al centro non c’è il desiderio dell’adulto, ma un minore che esiste già, che ha una storia e che spesso porta con sé una ferita. Accogliere questa complessità richiede una disponibilità particolare. Una coppia può desiderare profondamente un figlio e, allo stesso tempo, sentire di non essere adatta a un percorso adottivo. Non c’è alcun giudizio morale in questo.»
Qual è la tua posizione rispetto alla gestazione per altri?
«Penso che ciascuno debba essere libero di percorrere la strada che sente più affine al proprio desiderio di genitorialità, purché avvenga all’interno di sistemi fortemente regolamentati e capaci di tutelare tutte le persone coinvolte. Quello che mi interessa è che il dibattito resti complesso e che non si semplifichino esperienze molto diverse tra loro.»
Massimo Recalcati scrive: “La famiglia non è un dato di natura. Ci vuole un salto, un gesto di adozione. L’adozione non è infatti un caso speciale nei rapporti di filiazione, anzi noi dovremo cominciare a pensare che la vera genitorialità è adottiva. Tutti i genitori degni di questo nome, non semplicemente coloro che hanno messo al mondo dei figli, sono adottivi”. Che cosa significa per te?
«Significa che qualsiasi genitore, per essere tale, deve “scegliere” suo figlio. Non basta generarlo. Bisogna riconoscerlo come tale, decidere di prendersene cura profondamente. Molte donne raccontano di non aver provato immediatamente quel senso di appartenenza che la cultura ci insegna ad aspettarci. Una mia amica ha sentito di essere diventata davvero madre dopo sei mesi dalla nascita di sua figlia. Non c’è niente di sbagliato in questo. La genitorialità è una relazione che si costruisce. L’adozione, nel senso simbolico che ne dà Recalcati, è proprio questo: scegliere un figlio, riconoscerlo, accoglierlo nella propria storia. Vale per chi adotta e vale per chi partorisce.»
Tu hai definito l’infertilità una bomba che esplode nella vita di molte coppie.
«Sì, perché sul tema dell’infertilità si passa oltre troppo in fretta. Si cercano subito le soluzioni, ma si resta poco dentro al dolore. Eppure è un dolore reale, che si rinnova continuamente, che attraversa il corpo, la coppia e le relazioni. A Sarajevo esistono le cosiddette Rose di Sarajevo: i segni lasciati dalle bombe durante la guerra sono stati riempiti di vernice rossa. La ferita è ancora lì, ma si è trasformata in qualcosa di diverso. Ecco, penso che l’adozione abbia qualcosa di simile. Non cancella il dolore dell’infertilità, ma può trasformarlo. Può far nascere una famiglia là dove sembrava esserci soltanto una mancanza.»
Elena Amante - © Riproduzione riservata
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